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Tra reale e ideale
Nell’accostarmi all’Arte cerco di posizionarmi in proscenio, proscenio ad indicare un intento teatrale ma non spettacolare, piuttosto pacato, riflessivo, spirituale, comune a tutti i miei lavori, che si tratti di opere bidimensionali o interventi installativi. L’approccio a diverse modalità di linguaggio presuppone una contaminazione che equivale a voler dare voce a una polifonia, a una moltitudine cioè di input di natura percettiva, sensitiva o semplicemente emotiva. Lo stesso carattere polifonico si evidenzia spesso anche in ogni operazione - presa singolarmente - e trova forse riscontro in certi esiti stilistici letterari del secolo scorso; ciononostante esso si impone sul terreno della contemporaneità. Questo aspetto contaminante ha trovato recentemente risvolti in installazioni site-specific in cui diventa fondamentale l’intervento del fruitore. Traendo dalla convinzione che creazione ed esistenza autentiche necessitino di una chimerica tensione tra reale e ideale, tali operazioni intendono riflettere sulla attitudine dell’uomo a superare i propri limiti fisici e conoscitivi e ad andare oltre la propria finitudine. Se tale aspirazione è insita nella natura umana e non può prescindere da un senso di spaesamento e di insoddisfazione di fronte alla precarietà del non-conosciuto, essi mirano a delinearne i possibili esiti, portando direttamente la questione da un piano teoretico a un piano esperienziale.
La produzione video implica sempre una certa teatralità, non espressa in modo retorico, piuttosto risultante da operazioni concettuali che sfruttano le possibilità di sottili associazioni mentali. Ne risulta un palcoscenico che non è imitazione del mondo, ma piuttosto metafora: il mondo appunto non è che teatro. Parallelamente, l’opera segnica e pittorica è talora permeata di allusioni all’arte e alla cultura che l’hanno preceduta.
Altre volte se ne emancipa completamente, proponendo inedite tracce, frutto del mio personale mondo immaginifico: protagonista è sempre un uomo che, nell’intraprendere la strada verso l’ideale (ossia quel percorso che dal reale lo porta, tramite un camminare “in bilico”, a una non-meta), emerge da un processo basato sull’antitesi eroe/antieroe. Questo atteggiamento è lo stesso che mi sforzo di portare avanti, nella pratica artistica come nella vita, credendo nella loro necessaria equivalenza. «È la direzione in cui cammini che è efficiente, è la tendenza, l’atteggiamento. Quanto a ciò che si trova alla fine del cammino, non te ne preoccupare. La strada non ha una fine, non una fine che tu possa raggiungere» (J.Dubuffet, Cultura soffocante, 1968).
G. M. |
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