Come direttamente da un proscenio - proscenio quasi ad indicare l’intento teatrale ma non spettacolare, anzi pacato, riflessivo, spirituale delle sue opere - Giorgio Micco cerca la seduzione del presente. Così come in passato, le sue più recenti pitture sono realizzate, l’artista direbbe, in una dimensione faulkneriana (The Sound and the Fury, 1984), in termini di polifonia di linguaggi, o ancora in una sorta di ciclicità che ricorda la cosmopoiesi di García Márquez, laddove si vuol condurre un continuum artistico inedito, che resta in attesa. E ancora questo indagare l’esistenza dev’essere letto come un processo per niente banale, piuttosto profondo. Nel caso rappresenta il leitmotiv della pittura di Giorgio Micco. Le cromie diventano elemento inscindibile dalla superficie pittorica, quasi in omaggio a Redon, ma con sguardo pop, giungendo a un dato estetico (volutamente concettuale) in maniera suggestiva, per immagini, segni, icone, restando comunque fedele alla gestualità (pittorica) tradizionale. |